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Paura e piacere

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Partiamo da un presupposto: la paura si muove lungo un continuum, da minore a maggiore intensità. Ad alta intensità la paura associata ad esperienze più o meno lontane può ostacolare le persone sia in termini personali sia professionali.

Esiste una relazione tra la paura, lo stile di attaccamento infantile, le esperienze nel ciclo di vita e l’accesso al piacere in età adulta.

Spunti di riflessione vengono da diversi approcci teorici. Le più recenti neuroscienze, la teoria dell’attaccamento di J. Bolwby e l’Infant Research, la teoria della regolazione emotiva, la psicologia clinica e la psicoterapia psico-corporea.

Partiamo con il definire la paura. Ovvero quello stato di minaccia (reale e/o fantasmatica) alla sicurezza e realtà interna ed esterna, che può essere vissuto in età infantile, evolutiva ed adulta.

Quel sistema emozionale che si attiva in risposta ad esperienze singole e ripetute, più o meno precoci, che va inteso e compreso in modo sistemico, a livello neurofisiologico, biologico, psicologico e relazionale. 

Intricata e delicata la relazione tra paura e piacere.

Per piacere intendiamo: quella possibilità individuale di accesso al benessere, di vivere in modo integrato le emozioni, ovvero la predisposizione a rimanere in contatto con la realtà interna ed esterna e di potere costruire relazioni affettive ed in certi casi intime, soddisfacenti per la persona.

L’integrazione delle emozioni, un concetto complesso, che può essere compreso solo alla luce dei connessi processi auto-regolatori della persona. Questi ultimi possono subire delle interferenze, laddove la persona si inserisca in una storia di vita e dello sviluppo psico affettivo, in cui le cose non vanno come dovrebbero, ovvero nel modo adeguato. 

Globalmente l’intento di questa riflessione è quello di stimolare un pensiero sull’organizzazione della paura in difese non sempre consapevoli, ma in qualche misura adattive. La risposta disorganizzata della persona all’emozione della paura è sempre data da una multi-fattorialità complessa, soggettiva ed interessante.

Attraverso i suoi punti salienti, la teoria dell’attaccamento ci informa di quanto sia delicata e precoce la relazione tra il sistema di attaccamento e la paura. 

Il sistema di attaccamento costituisce una matrice organizzante i contenuti emotivi intra-psichici interpersonali e relazionali del bambino con le figure di attaccamento definite caregivers. Da adulto quel sistema di attaccamento si manifesta e prende corpo nei suoi legami significativi, nel rapporto che la persona stabilisce con la vita, nel suo senso di sicurezza e nella gestione delle emozioni. 

Il concetto di base sicura rappresenta l’implicito di un pattern infantile di attaccamento organizzato e rappresenta un adeguato presupposto per l’autoregolazione e la regolazione emotiva dell’individuo da adulto.

Viceversa nel caso di non sintonizzazione e/o rottura della regolazione affettiva e quindi di attaccamenti insicuri o disorganizzati, le cose possano complicarsi, a partire da meccanismi neurofisiologici, biologici, corporei e poi anche psicologici e relazionali. 

Sappiamo che uno stile di attaccamento disorganizzato sia considerato come un fattore di rischio per una maggiore vulnerabilità ai traumi e a fenomeni dissociativi. Il trauma si inscrive nel corpo oltre che nei ricordi e nella mente dei soggetti che si trovano a sperimentarlo. Una delle emozioni centrali del trauma è proprio la paura.

In moltissimi casi (purtroppo) la paura viene esperita all’interno del sistema di attaccamento, ovvero nella relazione con il/i caregiver/s, senza la possibilità che venga adeguatamente integrata, elaborata, compresa e pensata.

Questo inevitabilmente avrà una ripercussione nei processi autoregolatori e regolatori delle emozioni.

Sembrerebbe esistere una base fisiologica che definisce lo stress e la vulnerabilità allo stesso, come esiste una base fisiologica che regola la gestione delle emozioni negative, come quelle di paura e l’accesso al piacere, a livello psicofisiologico. 

E’ difficile per le persone impaurite avere accesso al piacere: in terapia quello che facciamo è aprire una finestra su una via che passi per l’integrazione di emozioni negative o dolorose avvenute là ed allora, come chiave di accesso conseguente al piacere qui ed ora. Ad esempio il piacere di stare nel proprio corpo, nella vita, nelle relazioni. Il piacere di vivere.

Il corpo tiene tutte le memorie. E a volte queste possono essere troppo forti e ad alto impatto emozionale da poter essere gestite. La Psicoloterapia offre strumenti per leggere questi fenomeni e ridare vita a persone terrorizzate, impaurite, traumatizzate. Tra gli strumenti, il più importante è la relazione.

Passando per il chiarire come il trauma si inscrive nel corpo e quanto la paura possa giocare un ruolo cruciale nel processo che porta la persona traumatizzata, impaurita e terrorizzata ad un progressivo allontanarsi dal proprio corpo, pur rimanendoci dentro. Nell’allontanarsi dal proprio corpo, quindi dal proprio sentire, ovviamente ci si allontana anche dalla possibilità di accedere al piacere.

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