Qualche settimana fa mi sono trovata a parlare a lungo con un amico endocrinologo. Non stavamo progettando un articolo né preparando un convegno: stavamo semplicemente confrontando le nostre esperienze cliniche. Lui mi raccontava delle donne che incontra ogni giorno nel suo studio e io, ascoltandolo, pensavo alle donne che incontro nel mio.
A un certo punto ci siamo accorti di qualcosa di apparentemente semplice, ma tutt’altro che scontato: molto spesso stavamo parlando delle stesse persone.
Donne che raccontano una stanchezza che non passa, un sonno che ha smesso di essere davvero ristoratore, cambiamenti dell’umore, riduzione del desiderio, variazioni del peso, difficoltà digestive o, più semplicemente, quella sensazione difficile da definire di non sentirsi più come prima. Lui le osservava attraverso il suo sguardo medico, interrogando il funzionamento endocrino e metabolico; io attraverso il mio, prestando attenzione alla storia personale, alle relazioni, alle emozioni e al modo in cui tutto questo viene vissuto anche attraverso il corpo.
Eppure, mentre parlavamo, avevo sempre meno la sensazione che stessimo descrivendo fenomeni diversi. Sembrava piuttosto che stessimo osservando, da prospettive differenti, aspetti della stessa esperienza.
Quella conversazione mi è rimasta in mente per diversi giorni, soprattutto perché mi ha riportata a una questione che attraversa profondamente il mio modo di intendere la clinica: siamo ancora molto abituati a separare, almeno concettualmente, ciò che nell’esperienza concreta di una persona è profondamente intrecciato. Il corpo dalla mente, gli ormoni dalle emozioni, la medicina dalla psicologia. Sono distinzioni necessarie per studiare, diagnosticare e curare, ma non sempre corrispondono al modo in cui un essere umano vive ciò che gli accade.
Una donna non è il suo dosaggio ormonale
Nel mio lavoro incontro donne che arrivano in psicoterapia dopo essersi rivolte, giustamente, a medici competenti e aver effettuato gli accertamenti necessari. In alcuni casi emerge una condizione medica in grado di spiegare almeno una parte importante della sintomatologia e il trattamento produce un miglioramento significativo. In altri, però, la situazione appare meno lineare: alcuni parametri risultano alterati ma non sembrano rendere conto dell’intera esperienza di malessere; altre volte i valori migliorano mentre la persona continua a non stare bene; altre ancora gli accertamenti non evidenziano alterazioni sufficienti a spiegare ciò che la persona riferisce, eppure la qualità della sua vita è cambiata profondamente.
È proprio in questo spazio che, almeno per me, nasce una domanda interessante. Non una domanda contro la medicina, ma una domanda che può nascere accanto alla medicina: che cosa stiamo realmente osservando quando osserviamo un sintomo?
Un sintomo appartiene a un organismo, ma quell’organismo appartiene anche a una storia. Ha attraversato relazioni, perdite, periodi di stress, gravidanze, separazioni, cambiamenti lavorativi, malattie, transizioni ormonali e trasformazioni del corpo. Ha conosciuto momenti nei quali le richieste della vita hanno potuto superare, magari per molto tempo, le risorse disponibili.
Questo non rende il sintomo “psicologico”. Rende la persona complessa.
Il corpo non separa ciò che noi separiamo
Negli ultimi decenni ambiti di ricerca differenti hanno contribuito, ciascuno con i propri metodi e con differenti livelli di evidenza, a mostrare quanto sia difficile comprendere il funzionamento umano attraverso una rigida separazione tra processi biologici e psicologici. La ricerca sullo stress, le neuroscienze, la psiconeuroendocrinoimmunologia e gli studi sullo sviluppo e sull’attaccamento hanno approfondito, da prospettive diverse, le interazioni tra sistemi nervoso, endocrino e immunitario, ambiente, comportamento ed esperienza.
Questo non significa che “tutto influenzi tutto” indistintamente, né che ogni sintomo fisico possieda un significato psicologico nascosto. Significa piuttosto che, di fronte ad alcune condizioni complesse, la ricerca di un’unica causa può non essere sufficiente e che può essere più utile interrogarsi sulle interazioni tra diversi livelli di funzionamento.
È anche per questo che, ripensando alla conversazione con il mio collega, mi sono tornati in mente alcuni autori che hanno influenzato il mio modo di pensare al rapporto tra corpo, adattamento e relazioni.
Bruce McEwen e il costo dell’adattamento
Uno dei concetti che trovo più utili è quello di carico allostatico, sviluppato nell’ambito del lavoro di Bruce McEwen e dei suoi collaboratori.
Il nostro organismo non mantiene il proprio equilibrio restando immobile. Modifica continuamente il proprio funzionamento per rispondere alle richieste interne ed esterne. Il concetto di allostasi descrive proprio la possibilità di mantenere una relativa stabilità attraverso il cambiamento, mobilitando e modulando diversi sistemi fisiologici in funzione delle necessità.
Questi meccanismi sono fondamentali per l’adattamento. Possono tuttavia comportare un costo quando vengono attivati ripetutamente o per periodi prolungati. Il concetto di carico allostatico descrive proprio il costo cumulativo associato all’attivazione e alla regolazione ripetuta dei sistemi fisiologici coinvolti nella risposta alle richieste ambientali e allo stress.
È un concetto al quale penso spesso ascoltando alcune delle donne che incontro. Donne che per anni hanno sostenuto figli, genitori, lavoro, relazioni, responsabilità e preoccupazioni, continuando a funzionare anche nei periodi in cui le risorse disponibili sembravano diminuire.
Questo non autorizza a concludere che una determinata stanchezza, un’insonnia, un aumento di peso o una variazione del desiderio siano “causati dallo stress”: ciascuno di questi sintomi può avere origini molteplici e richiede, quando necessario, un adeguato inquadramento medico. Il concetto di carico allostatico ci permette però di porci una domanda più ampia sul costo fisiologico che può accompagnare un adattamento intenso e prolungato.
A volte, allora, il sintomo non ci invita soltanto a chiederci che cosa non stia funzionando. Può portarci a domandarci anche quanto sia costato continuare a funzionare.
Sistema nervoso, regolazione e sicurezza
Nel lavoro psicocorporeo è particolarmente interessante osservare il rapporto tra stati fisiologici, regolazione autonomica ed esperienza soggettiva. Il sistema nervoso autonomo partecipa continuamente alla regolazione di funzioni fondamentali dell’organismo e modifica la propria attività in relazione alle richieste interne ed esterne.
All’interno di questo campo, Stephen Porges ha proposto la Teoria Polivagale, una cornice teorica che ha avuto grande diffusione in ambito psicologico e psicoterapeutico e che ha posto particolare enfasi sul rapporto tra regolazione autonomica, segnali di sicurezza e minaccia e comportamento sociale. Porges ha introdotto il termine neurocezione per descrivere un ipotizzato processo automatico attraverso il quale il sistema nervoso distinguerebbe condizioni di sicurezza, pericolo e minaccia senza richiedere necessariamente una valutazione cosciente.
È importante precisare, tuttavia, che alcuni presupposti neuroanatomici, fisiologici ed evolutivi della Teoria Polivagale sono oggetto di un significativo dibattito scientifico e hanno ricevuto critiche sostanziali. Per questo ritengo più corretto utilizzarla, quando utile, come una delle possibili cornici cliniche per pensare agli stati di regolazione, senza considerarla una spiegazione neurofisiologica definitivamente acquisita.
Al di là della specifica teoria, rimane clinicamente importante una domanda: in quale condizione di attivazione e regolazione sta vivendo prevalentemente questa persona?
Una persona può continuare a lavorare, occuparsi degli altri e svolgere apparentemente tutte le proprie funzioni mentre sperimenta una condizione persistente di tensione e iperattivazione. Un’altra può sentirsi rallentata, affaticata, poco vitale o distante dal desiderio e dal piacere. Questi vissuti non consentono, da soli, di dedurre uno specifico stato neurofisiologico, ma rappresentano informazioni importanti sull’esperienza complessiva della persona.
Il corpo, in questa prospettiva, non è semplicemente il luogo nel quale compaiono i sintomi. È parte dell’esperienza attraverso cui incontriamo e affrontiamo il mondo.
Allan Schore: la regolazione si costruisce anche nelle relazioni
Il lavoro di Allan Schore ha contribuito a portare l’attenzione sul rapporto tra sviluppo neurobiologico, attaccamento e regolazione affettiva. Le prime relazioni di accudimento rappresentano infatti uno dei contesti nei quali il bambino sviluppa progressivamente la capacità di modulare i propri stati emotivi e fisiologici.
Durante l’infanzia molte capacità di autoregolazione sono ancora in via di sviluppo e l’adulto partecipa alla modulazione degli stati di attivazione del bambino attraverso la presenza, il contatto, la risposta ai segnali di bisogno e le esperienze ripetute di sintonizzazione e riparazione. Nel tempo, insieme a molti altri fattori biologici, temperamentali e ambientali, queste esperienze contribuiscono allo sviluppo delle modalità con cui affrontiamo le emozioni e le situazioni di stress.
Quando da adulte attraversiamo una fase particolarmente impegnativa della vita, quindi, non arriviamo a quell’esperienza soltanto con il nostro assetto biologico attuale. Arriviamo anche con una storia: con ciò che abbiamo imparato sul chiedere aiuto, sull’affidarci, sul tollerare la vulnerabilità, sul riconoscere i nostri limiti e sul recuperare dopo un momento di difficoltà.
Biologia e storia relazionale non sono la stessa cosa, ma nell’esperienza concreta di una persona possono continuamente incontrarsi.
Antonio Damasio: l’esperienza di sé passa anche attraverso il corpo
Antonio Damasio ha contribuito in modo decisivo al superamento di una concezione rigidamente dualistica del rapporto tra mente e corpo. Nel suo lavoro, emozioni, sentimenti, processi decisionali e coscienza sono strettamente connessi alla rappresentazione e alla regolazione degli stati dell’organismo.
Damasio e Carvalho hanno descritto i sentimenti come esperienze mentali degli stati corporei, sottolineando il loro ruolo nei processi di regolazione della vita. In lavori più recenti, Antonio e Hanna Damasio hanno ulteriormente approfondito il rapporto tra interocezione, sentimenti omeostatici e costruzione dell’esperienza cosciente.
Questa prospettiva assume per me un significato particolare quando una donna, durante un colloquio, pronuncia una frase che ascolto abbastanza spesso: “Non mi sento più me stessa.”
Potremmo considerarla una descrizione esclusivamente psicologica. Ma possiamo anche ascoltarla nella sua concretezza. Non sentirsi più sé stesse può voler dire non riconoscere più la propria energia, il proprio desiderio, il sonno, il ritmo, la disponibilità emotiva o il modo di abitare il proprio corpo. Quando alcuni stati corporei cambiano profondamente, può modificarsi anche l’esperienza soggettiva che abbiamo di noi.
Non è quindi sempre necessario stabilire se sia venuto “prima” il corpo o “prima” la mente. In alcune situazioni, la domanda stessa rischia di essere troppo semplice rispetto alla complessità del fenomeno che stiamo cercando di comprendere.
Due sguardi sulla stessa persona
Ripensando alla conversazione da cui è nato questo articolo, credo che sia proprio questo l’aspetto che mi interessa maggiormente approfondire.
Un endocrinologo e uno psicoterapeuta osservano fenomeni diversi, utilizzano strumenti differenti e possiedono competenze che devono rimanere chiaramente distinte. L’integrazione non significa confondere questi confini né attribuire alla psicologia il compito di spiegare ciò che appartiene alla medicina, o viceversa. Significa piuttosto rispettare le specificità delle due discipline e, quando può essere utile alla persona, permettere loro di dialogare.
Una disfunzione tiroidea non può essere ricondotta automaticamente a un conflitto emotivo. Un disturbo del sonno non è necessariamente psicologico. Una variazione del desiderio non è necessariamente ormonale. E un valore di laboratorio, pur essendo un dato clinico fondamentale, non può raccontare da solo l’intera esperienza della persona alla quale appartiene.
È forse proprio qui che endocrinologia e psicologia possono iniziare a parlarsi davvero: non cercando di stabilire quale delle due possieda la spiegazione più vera, ma riconoscendo che, in alcune situazioni, stanno osservando livelli differenti di una stessa esperienza umana.
Da quella conversazione ho iniziato così a portarmi dietro qualche domanda in più. Quando una donna mi racconta una stanchezza persistente, continuo naturalmente a chiedermi che cosa stia accadendo nella sua vita, nelle sue relazioni e nel suo mondo interno, ma considero altrettanto importante che siano state adeguatamente valutate le possibili componenti mediche. Quando mi parla di insonnia, riduzione del desiderio, cambiamenti dell’umore, modificazioni del peso o disturbi gastrointestinali, cerco di non collocare troppo rapidamente ciò che racconta dentro una categoria.
Non penso immediatamente a sintomi “psicologici”. Penso prima di tutto a sintomi umani, che chiedono di essere compresi nella loro complessità.
Un dialogo che merita di essere approfondito
Questo articolo non nasce con l’ambizione di proporre un nuovo modello né di offrire risposte definitive. Nasce molto più semplicemente da una conversazione tra due professionisti che, guardando le persone attraverso prospettive differenti, si sono accorti di incontrare spesso domande simili.
Ed è forse proprio da qui che vale la pena continuare.
Che cosa accade quando una trasformazione endocrina si inserisce in una fase della vita già caratterizzata da stress prolungato? In che modo i cambiamenti biologici che accompagnano alcune transizioni della vita femminile vengono vissuti da persone con storie emotive e relazionali differenti? Quanto possono incidere il sonno, il desiderio, le modificazioni corporee e l’esperienza del proprio corpo sul modo in cui percepiamo noi stesse? E quando un trattamento medico migliora alcuni parametri biologici ma la persona continua a riferire un malessere significativo, quali altri aspetti della sua esperienza meritano di essere esplorati?
Sono domande che richiedono prudenza, competenze specifiche e uno spazio reale di confronto tra discipline.
Nei prossimi articoli vorrei partire proprio da qui, affrontando alcuni dei temi che incontriamo frequentemente nella pratica clinica — stanchezza, sonno, desiderio, cambiamenti corporei, disturbi gastrointestinali e transizioni della vita femminile — senza ricondurli automaticamente alla psicologia e senza presumere che possano essere compresi esclusivamente attraverso gli ormoni.
Perché forse la questione più interessante non è stabilire se ciò che sentiamo appartenga al corpo oppure alla mente.
È provare a comprendere che cosa sta accadendo alla persona intera.
Domande frequenti su endocrinologia e psicologia
Stress e ormoni possono influenzarsi reciprocamente?
La risposta allo stress coinvolge anche sistemi neuroendocrini e comporta modificazioni fisiologiche necessarie all’adattamento. Quando determinate condizioni stressanti sono intense, ripetute o persistenti, l’attivazione dei sistemi coinvolti nella risposta allo stress può contribuire, insieme a molti altri fattori, al carico fisiologico complessivo dell’organismo. Questo non significa che lo stress sia la causa di qualsiasi alterazione endocrina, né che sia possibile dedurre l’origine di un disturbo ormonale dalla storia psicologica di una persona. Significa riconoscere che processi psicologici e biologici possono interagire e che tali interazioni devono essere considerate senza semplificazioni causali.
Come si capisce se un sintomo è psicologico oppure organico?
Non sempre questa distinzione può essere stabilita in modo semplice e, soprattutto, le due dimensioni non sono necessariamente alternative. Stanchezza, insonnia, variazioni del desiderio, cambiamenti dell’umore, modificazioni del peso o disturbi gastrointestinali possono dipendere da condizioni molto diverse e talvolta da più fattori contemporaneamente. Quando i sintomi persistono è quindi importante effettuare gli opportuni accertamenti medici e, quando indicato, considerare anche gli aspetti psicologici, relazionali e contestuali. La valutazione psicologica non sostituisce quella medica e quella medica non esaurisce necessariamente l’esperienza soggettiva della persona.
Se gli esami sono nella norma, significa che il problema è psicologico?
No. Il fatto che determinati esami risultino nella norma significa che i parametri valutati, nel momento e nelle condizioni in cui sono stati misurati, non evidenziano le alterazioni ricercate. Non permette, da solo, di concludere che un sintomo abbia origine psicologica. Quando un malessere persiste è importante discuterne con i professionisti di riferimento e valutare, in base al quadro specifico, se siano necessari ulteriori approfondimenti medici e/o una valutazione degli aspetti psicologici.
Che rapporto esiste tra ormoni, desiderio sessuale e benessere psicologico?
Il desiderio sessuale è un fenomeno complesso e multidimensionale. Fattori endocrini, condizioni mediche, farmaci, qualità del sonno, stress, stato emotivo, immagine corporea, storia personale e qualità della relazione possono contribuire, con pesi differenti da persona a persona, alle sue variazioni. Per questo una modificazione persistente del desiderio non dovrebbe essere attribuita automaticamente né agli ormoni né alla psicologia, ma valutata considerando il contesto complessivo della persona.
Quando può essere utile un confronto tra endocrinologo e psicoterapeuta?
Può essere utile quando aspetti biologici, psicologici e relazionali sembrano concorrere al malessere; quando una condizione endocrinologica si accompagna a cambiamenti significativi dell’umore, del sonno, del desiderio o dell’esperienza corporea; oppure quando, nonostante un adeguato trattamento medico, alcuni aspetti della sofferenza persistono e meritano di essere esplorati anche da un’altra prospettiva. Il lavoro integrato non serve a stabilire se un problema appartenga “più” alla medicina o alla psicologia, ma a mettere in comunicazione competenze differenti quando questo può migliorare la comprensione e la presa in carico della persona.
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Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una valutazione psicologica o un percorso psicoterapeutico individuale.
A cura di Violante Veronesi, psicoterapeuta, psicologa clinica e delle organizzazioni.

